Dialisi in vacanza, anche per il 2018 la Regione finanzia il progetto

Stefania Saccardi (foto gonews.it)

Anche per l’estate 2018, come ormai fa da ben 20 anni, la Regione finanzia il progetto “Dialisi vacanze”, che consente ai pazienti nefropatici cronici che vivono in Toscana, nelle altre regioni e anche all’estero, di andare tranquillamente in vacanza, con la sicurezza di trovare il servizio di dialisi nelle località di villeggiatura toscane. Una delibera approvata dalla giunta nel corso della sua ultima seduta conferma anche per il 2018 il finanziamento complessivo di 160mila euro alle aziende sanitarie, che dovranno presentare i progetti mirati a garantire l’assistenza sanitaria ‘straordinaria’ ai pazienti in dialisi. “Dialisi vacanza è un progetto che la Regione Toscana porta avanti dal 1998”, dice l’assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi. “Visti i risultati positivi delle precedenti esperienze, e dato anche il costante aumento del numero di cittadini dializzati cronici, vogliamo continuare a garantire il finanziamento che ogni anno la Regione destina a questo progetto. Le cure si evolvono, ma per i pazienti che devono fare dialisi ci sono comunque oggettive difficoltà nel trovare centri dialisi vicino ai luoghi di villeggiatura. E’ giusto che a tutti siano garantiti gli stessi servizi, e che chi è in dialisi possa scegliere quando e dove andare in vacanza, con la certezza di poter dare continuità alle sedute”. Il trattamento dialitico è continuo e spesso il cittadino in trattamento è legato al luogo di residenza abituale per le sedute che si svolgono nel corso della settimana. Diventa quindi difficile per la persona in dialisi potersi spostare in luoghi per vacanza e per altre necessità, se prima non viene fatta una programmazione del viaggio e soggiorno, con la messa in rete del vari Centri dialisi. Le persone affette da insufficienza renale cronica sono il 3-4% della popolazione. Di questa percentuale, i pazienti che effettuano la dialisi sono circa il 13%. I cittadini in dialisi sono circa il 7 per 1.000 della popolazione, e ogni anno i nuovi casi che entrano in dialisi sono circa l’1,3 per 1.000, e risultano in costante aumento. La Toscana ha avuto sempre una sensibilità particolare nei confronti delle esigenze dei soggetti più fragili, che altrimenti non troverebbero risposte in altre realtà italiane. Fin dal 1998 ha incentivato le aziende sanitarie a organizzare progetti mirati a garantire l’attività di dialisi ai cittadini toscani, italiani e ai turisti stranieri nei luoghi di villeggiatura della nostra regione, come pure fuori regione e all’estero. Ogni anno usufruiscono del servizio “Dialisi vacanze” circa 600/700 persone; le prestazioni riguardano anche cittadini americani, russi, tedeschi, olandesi, svizzeri. Il servizio coinvolge soprattutto le aziende sanitarie della costa: Viareggio, Livorno, Massa Carrara (Azienda sanitaria Toscana nord ovest) e Grosseto (Azienda sanitaria Toscana sud est) . Nel 2017 i progetti mirati organizzati dalla Asl toscane hanno consentito a 756 soggetti nefropatici cronici in trattamento di organizzare un periodo di va canze in posti diversi da quelli di regolare assistenza.

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Torino, primo trapianto in Italia di rene da donatore dializzato

Lʼorgano è stato rivitalizzato in macchinario. La ricevente è una signora di 60 anni in dialisi dal 2013 per nefropatia per calcolosi a stampo

Per la prima volta in Italia è stato effettuato con successo un trapianto di rene su una donna da un donatore dializzato. L’intervento è stato eseguito all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. Il donatore era deceduto in un ospedale piemontese per una patologia congenita. L’organo è stato rivitalizzato in macchinario.


Nel suo decorso in rianimazione, il donatore è andato incontro ad un grave peggioramento della funzione renale, tale da spegnere completamente la funzione dei reni e da imporre la dialisi continua per parecchi giorni: il deterioramento generale non ha reso possibile il trapianto del fegato. Alle Molinette, nonostante la situazione in apparenza proibitiva, si è deciso di approfondire comunque la possibilità di utilizzo dei reni per il trapianto con approcci diversi: dalla biopsia renale alla valutazione della perfusione renale mettendo i reni, una volta prelevati, in un dispositivo di perfusione in grado di misurare una serie di parametri, di migliorare la circolazione dei reni stessi fino a rivitalizzarli.
Dalla biopsia emergeva che il danno al rene era acuto e significativo ma potenzialmente regredibile e i parametri di perfusione indicavano un’iniziale difficoltà di circolazione poi migliorata dalla macchina, che è riuscita a rivitalizzarli e a rimetterli in condizione per un possibile trapianto. Dopo il trapianto, tecnicamente riuscito, la ricevente, una signora di 60 anni in dialisi dal 2013 per nefropatia per calcolosi, è stata seguita presso la Terapia intensiva della Nefrologia del professor Biancone con terapie farmacologiche particolari, volte a favorire la ripresa del rene trapiantato. L’intervento è riuscito e la funzionalità renale si è sbloccata dopo 15 giorni.

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TGCOM24

A Ceva una donna di 49 anni è la prima paziente in emodialisi domiciliare

Dopo un periodo di training, è pronta per proseguire le cure a casa. Il trattamento a domicilio, effettuato con il supporto di un care giver, migliora notevolmente la qualità della vita del paziente, anche per la possibilità di effettuare più trattamenti di minor durata

Graziella ha 49 anni, risiede a Frabosa Sottana ed è in dialisi da oltre dieci anni. Dopo un anno di dialisi peritoneale, sospesa a causa di infezioni recidivanti, è in trattamento emodialitico. Ora, dopo un addestramento di sette settimane presso il Centro Dialisi dell’Asl CN1, utilizzando il monitor di dialisi portatile di nuova generazione (Next Stage System One®, è pronta per proseguire il trattamento a domicilio.

Il training è stato condotto dal team dedicato, con un medico e due infermieri, nel rispetto del protocollo interno che prende in considerazione tutti gli aspetti (utilizzo dell’apparecchiatura, gestione dell’accesso vascolare, identificazione delle problematiche cliniche e tecniche possibili con relativo problem solving) che connotano il trattamento a domicilio.

E’ il primo caso di emodialisi a domicilio con programma di addestramento eseguito in provincia di Cuneo ed è già previsto un secondo arruolamento a metà aprile. Questo programma di emodialisi con la metodica di dialisi breve quotidiana domiciliare (short home hemodialysis) si è affiancato a quello già in uso della dialisi peritoneale domiciliare.

Spiega Marco Formica, direttore della struttura Nefrologia e dialisi dell’Asl CN1: “Dopo la deospedalizzazione del trattamento, la paziente – che risparmierà i trasferimenti da e per il Centro Dialisi stimabili in circa 10.500 chilometri ogni anno – rientrerà in un programma di controlli clinici e laboratoristici mensili”.   “L’esperienza della Cuneo 1 – prosegue Formica – ha mostrato come questo trattamento abbia permesso alla paziente di ottenere una maggiore stabilità emodinamica, con netto miglioramento dei valori pressori tanto da aver ridotto drasticamente la terapia antipertensiva già sul breve termine; inoltre sono stati raggiunti in maniera soddisfacente tutti i target di adeguatezza dialitica nella più assoluta sicurezza e con un confort non paragonabile all’ambiente ospedaliero”.

Nota da non sottovalutare: il miglior controllo di alcuni parametri metabolici ha permesso alla paziente una dieta più libera (seppur controllata) e soddisfacente; oltre a un miglioramento della qualità di vita percepita sia dalla paziente sia dalla sua famiglia. Il monitor è portatile e permetterà alla signora di proseguire i suoi trattamenti anche nel momento in cui si recherà in vacanza, senza dover dipendere da posti dialitici sempre difficilmente reperibili negli ospedali sedi di località turistiche.

La dialisi domiciliare   La dialisi domiciliare, sebbene in modo non ubiquitario, é tra i protagonisti della storia della terapia sostitutiva dell’uremia cronica. Il numero dei trattamenti dialitici domiciliari è modicamente aumentato negli ultimi anni, con una netta prevalenza della dialisi peritoneale. Nella regione Piemonte, secondo gli ultimi dati disponibili, sono in dialisi peritoneale e in emodialisi domiciliare rispettivamente il 12% e 1% del totale dei soggetti in dialisi, questi ultimi seguiti nella stragrande maggioranza (65%) da un solo Centro torinese. Tale tendenza è motivata da fattori sia di tipo logistico-economico sia culturali. L’aumento dell’aspettativa media di vita con il conseguente incremento delle patologie croniche e dei costi per il loro trattamento ospedaliero ha portato alla necessità di deospedalizzare tutti i possibili soggetti, anche perché questo permette una miglior qualità di vita e una riabilitazione sociale-familiare dei pazienti. Inoltre evita il problema dei trasporti cui il paziente è sottoposto a causa della dialisi trisettimanale in ospedale.

La prerogativa per effettuare il trattamento dialitico al domicilio è l’idoneità del paziente; l’emodialisi domiciliare viene quindi proposta a coloro che rispondono a requisiti ben precisi, quali discrete condizioni cliniche, condizioni igienico sanitarie adeguate, ambiente adeguato per la sistemazione del monitor per il trattamento emodialitico, desiderio di indipendenza e capacità di controllo dell’ansia, presenza di un familiare idoneo da sottoporre all’addestramento (caregiver).

L’emodialisi domiciliare rappresenta l’opzione di trattamento sostitutivo artificiale di prima scelta per un paziente idoneo, perché lo coinvolge nella conduzione del trattamento con indubbi vantaggi sia di tipo psicologico che clinico, grazie alla personalizzazione ed alla maggiore attenzione posta nella conduzione del trattamento e alla presa in carico della propria malattia. Il paziente, una volta a domicilio, può scegliere quando eseguire il trattamento in base alle proprie esigenze, attività lavorative in primis, concordandolo con il Centro.

La metodica

Il Sistema NxStage One® è un sistema estremamente semplificato per l’effettuazione della emodialisi domiciliare che prevede l’impiego, tramite un’apparecchiatura di piccole dimensioni, di bassi volumi di dialisato, solitamente 15-30 litri a seconda dei parametri antropometrici del paziente, somministrati con valori di flusso dialisato di circa 1/3 rispetto a quelli del flusso sangue.

In alcuni paesi, come Stati Uniti e Regno Unito, data l’estrema semplicità e la sicurezza della tecnica è stato dato il nulla osta all’utilizzo di NxStage® senza l’ausilio di un partner (caregiver): questo in Italia non è ancora possibile per cui è indispensabile individuare nell’ambiente familiare una o più persone che si occupino di affiancare il paziente durante l’esecuzione della seduta dialitica: nel caso dell’Asl cN1 si è resa disponibile principalmente la figlia della paziente ma tutto l’entourage familiare (figlio e marito) si è mostrato estremamente ricettivo e motivato affinché la paziente potesse iniziare nel più breve tempo possibile le sedute emodialitiche in tutta tranquillità e sicurezza al proprio domicilio.

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targatocn.it

Dialisi a domicilio: a Varese parte la sperimentazione

Il reparto di nefrologia offre l’assistenza da remoto a quanti si sottopongono a dialisi peritoneale. Un servizio che permette di risparmiare tempo e soldi

Tempo risparmiato, un ambiente familiare, l’indipendenza raggiunta nella gestione della malattia. Sono questi i tre elementi positivi offerti dalla nuova sperimentazione avviata dal reparto di nefrologia dell’ospedale di Varese e dedicata a quanti si sottopongono a dialisi peritoneale.

Sfruttando la telematica, il personale medico e infermieristico può seguire da remoto il paziente che si sottopone al trattamento comodamente sistemato in casa sua. Si instaura un collegamento audio video dovei sanitari intervengono sulle operazioni che la persona effettua, si assicurano che il protocollo venga rispettato e accertano che la procedura avvenga senza problemi.

Il valore del modello, che vede Varese attivare la sperimentazione insieme ad Alba, Brescia e Cagliari,sarà proprio quello di rendere autosufficienti i malati che impareranno, insieme al proprio assistente, a cavarsela da soli, tranne poi sottoporsi a controllo mensile in ospedale. I benefici sono consistenti per interventi di una ventina di minuti, a intervalli di 4 ore, per purificare  l’organismo.

Attualmente, l’ospedale di Varese ha coinvolto nella sperimentazione un paziente a cui se ne aggiungerà un’altra subito dopo Pasqua per completarsi entro l’estate con le tre postazioni. A mano a mano che il dializzato prenderà confidenza con le manovre, la videosorveglianza passerà a un altro ammalato che potrà ottenere a sua volta i benefici della domiciliazione delle cure.

Il modello sperimentale viene applicato a quanti si sottopongono a dialisi con un catetere impiantato nel peritoneo: « Sono circa il 12% degli ammalati in cura – chiarisce il primario di nefrologia Giuseppe Rombolà – le persone che potrebbero sottoporsi a questa pratica, però, sono molte di più, circa il 50%. La peritoneale è una sorta di “automedicazione” e non tutti si sentono pronti a cavarsela da soli. Tutti gli altri effettualo l’emodialisi la cui procedura richiede maggiori attenzioni e un’assistenza qualificata che si acquisisce in tre mesi di formazione. Questa modalità innovativa di assistenza da remoto potrebbe aumentare i casi di dialisi peritoneale con aumento dei benefici e una riduzione dei costi».

Una volta a regime, il sistema di collegamento a rete permetterà anche si assicurare maggiore mobilità ai pazienti che, oggi, sono limitati nei viaggi proprio a causa della scarsità di postazioni di dialisi. Un malato, infatti, prima di partire deve accertarsi di avere un posto per poter continuare lei proprie cure: « Pensando al futuro – azzarda il dottor Rombolà – si potrebbe ipotizzare un modello di sentinelle da remoto, in rete tra tutti gli ospedali che partecipano alla sperimentazione».

Attualmente i pazienti in carico alla dialisi dell’Asst Sette Laghi sono circa 300 con una media giornaliera di 30 assistiti nei diversi presidi di Varese, Luino e Cittiglio.

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A.T.
varesenews.it

S. Fedele: «Ho donato il rene a uno sconosciuto E mio marito è salvo»

Grazie al gesto d’amore della moglie Roberta, Massimo Gilardoni ha potuto evitare la lista d’attesa. Dalla dialisi a una vita nuova: «È stata meravigliosa»

Roberta e Massimo Gilardoni, 53 anni entrambi, residenti a San Fedele Intelvi

Ha donato il suo rene a uno sconosciuto per salvare il marito. È una prova d’amore – la più grande – quella che Roberta ha dimostrato nei confronti del marito Massimo Gilardoni. E, nel contempo, una splendida lezione di solidarietà che ha pochissimi precedenti e che, proprio per questo motivo, ha meritato le telecamere della televisione di Stato.

Massimo Gilardoni, 53 anni è entrato in dialisi mesi fa. Ma ha continuato al fianco della moglie, sua coetanea, a lavorare nel Consorzio Agrario che gestisce in famiglia a Castiglione. Per Roberta la decisione di ricorrere al trapianto per liberare il marito dalla dialisi era diventata l’unica strada da intraprendere. Ma ecco la doccia fredda: i medici dell’ospedale di Pavia, dove si sono rivolgono per l’operazione, evidenziano una serie di problemi di compatibilità tra i coniugi. Troppi rischi e per entrambi. Occorre mettersi in coda, dunque, in una lista che prevede un’attesa di almeno tre anni nella speranza di ricevere un rene da un donatore deceduto. Da qui la decisione di rivolgersi al Centro Regionale Trapianti del Veneto con sede all’Ospedale di Padova: Massimo e Roberta vengono ammessi, a fronte della verifica dei requisiti necessari, al nuovo programma denominato «Catena Samaritana». Il protocollo – denominato Dec- K – viene messo immediatamente in atto : Massimo riceve l’organo prelevato da un uomo deceduto e la moglie, a sua volta, dona il rene (quello che non poteva destinare al marito) a una delle persone (a lei sconosciute) in lista d’attesa. Entrambi stanno bene e hanno raccontato la loro storia da Giancarlo Magalli su Rai Due.

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laprovinciadicomo.it

Nuovo servizio di Dialisi peritoneale domiciliare video-assistita

I benefici di questa metodica vanno da una maggiore personalizzazione della terapia, ad un miglioramento della qualità della prestazione stessa

Martedì 27 marzo, alle ore 11.30, nella sede della Dialisi dell’Ospedale di Circolo, sarà presentato il nuovo servizio di Dialisi peritoneale domiciliare video-assistita.

Si tratta di una metodica che, sfruttando la telematica, permette di soddisfare le esigenze del paziente affetto da insufficienza renale cronica evitandogli continui accessi in Ospedale, senza però ridurre l’intensità dell’assistenza sanitaria.

I benefici di questa metodica, che dà piena attuazione ai principi su cui è stata costruita la riforma sanitaria lombarda, vanno da una maggiore personalizzazione della terapia, ad un miglioramento della qualità della prestazione stessa, perché erogata al domicilio del paziente, fino al superamento delle difficoltà legate all’orografia del territorio dell’ASST dei Sette Laghi.

Durante la conferenza stampa sarà mostrato nel dettaglio il funzionamento di questa nuova metodica. Interverranno il Direttore Generale, Callisto Bravi, il Direttore Sanitario, Carlo Alberto Tersalvi, e il Direttore della nefrologia e Dialisi, Giuseppe Rombolà.

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luinonotizie.it21

Allarme nefropatia diabetica: 2 pazienti su 10 entrano in dialisi

“Il diabete è una malattia cronica, che solo in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone, caratterizzata da gravi complicanze”, introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi. “Circa il 30 – 40% dei pazienti diabetici, oltre 1 milione in Italia, sviluppa una nefropatia diabetica, che è oggi la principale causa di insufficienza renale cronica nel mondo occidentale.

“Il diabete è una malattia cronica, che solo in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone, caratterizzata da gravi complicanze”, introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi. “Circa il 30 – 40% dei pazienti diabetici, oltre 1 milione in Italia, sviluppa una nefropatia diabetica, che è oggi la principale causa di insufficienza renale cronica nel mondo occidentale.

La nefropatia diabetica provoca una perdita progressiva e irreversibile della funzione renale e complicanze derivanti dalla ridotta funzione del rene. L’insufficienza renale cronica risulta in netto aumento in tutto il mondo anche a causa dell’invecchiamento medio della popolazione e del conseguente incremento delle sue cause principali che sono il diabete e l’ipertensione”.

La nefropatia diabetica è uno dei temi principali del convegno 3rd AME Diabetes Update 2018, in svolgimento a Napoli oggi e domani.

“Il rene ha un ruolo fondamentale nella regolazione del metabolismo degli zuccheri ed è uno dei principali organi bersaglio delle complicanze del diabete”, spiega Giorgio Borretta, Gruppo di lavoro Diabete AME. “Per prevenire il danno renale nei pazienti diabetici occorre agire a più livelli sia modificando lo stile di vita con abolizione del fumo, miglioramento dell’alimentazione e introduzione di attività fisica regolare sia controllando in modo ottimale i livelli di glicemia, pressione arteriosa e di grassi circolanti. Tutto ciò anche grazie a nuovi farmaci ipoglicemizzanti e ipolipemizzanti che consentono di ritardare l’insorgenza e di rallentare la progressione del danno renale. Per la prevenzione della nefropatia diabetica è molto importante la diagnosi precoce, per cui le persone con diabete devono sottoporsi periodicamente all’esame delle urine con la rilevazione dell’escrezione urinaria di albumina. La cadenza di questo esame è variabile a seconda del tipo di diabete e dell’età di insorgenza della malattia”.

“Nel passato si era convinti che una persona con diabete di tipo 2”, continua Loreto Gesualdo, Presidente SIN, Società Italiana di Nefrologia, “sviluppasse una nefropatia diabetica, ma questo è vero solo nel 40% dei casi perché nel restante 60% dei diabetici il danno è causato da altri fattori. Da qui l’importanza di un corretto esame istologico attraverso la fenotipizzazione del danno renale. Ben 2 persone con diabete su 10 entrano in dialisi e questo ci porta a dire che non si sono fatti sufficienti sforzi per l’identificazione precoce del danno renale al fine di evitare il ricorso alla dialisi o al trapianto di rene, mentre una corretta diagnosi consentirebbe un più appropriato approccio terapeutico”.

“Uno degli esiti finali della nefropatia diabetica è la dialisi”, commenta Silvio Settembrini, Gruppo di lavoro Diabete AME,“ e, come visto, le persone con diabete rappresentano una quota importante dei pazienti dializzati. È tuttavia interessante sottolineare che l’incidenza di malattia renale terminale nei pazienti diabetici è in continua diminuzione dal 1998 con un decremento annuale del 2 – 4%, verosimilmente come conseguenza del continuo miglioramento delle terapie. Nonostante la sopravvivenza in dialisi dei pazienti con diabete sia ridotta del 20 – 30% rispetto ai pazienti con altre patologie, essa tende nel tempo ad avvicinarsi sempre di più a quella dei pazienti non diabetici”.

“La migliore terapia sostitutiva della funzione renale quando questa è irrimediabilmente compromessa è il trapianto renale anche per le persone con diabete che non costituisce motivo di esclusione”, conclude Olga Disoteo, Gruppo di lavoro Diabete AME. “Il trapianto di rene, rispetto alla dialisi, riduce il rischio di morte ed incrementa l’aspettativa di vita. Nei pazienti con diabete è preferibile la donazione da donatore vivente in quanto riduce il tempo di attesa, è programmabile e in genere presenta un miglior grado di compatibilità consentendo una maggiore sopravvivenza dell’organo trapiantato. Tuttavia il solo trapianto di rene non tutela dalla possibilità di una recidiva della nefropatia diabetica che è purtroppo molto frequente anche per gli effetti negativi che i farmaci immunodepressori possono avere sul diabete”.

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Davide Cavaleri
pharmastar.it

Trapianto di rene cross over: Padova, primo trapianto al mondo da donatore morto

Trapianto di organi: in Italia prima catena cross-over da donatore deceduto. Paziente riceve rene da donatrice non compatibile e lo dona a un altro a sua volta

 

TRAPIANTI: AL VIA PRIMA CATENA ‘CROSS OVER’ AL MONDO DA DONATORE CADAVERE

Per la prima volta al mondo è stata avviata con esito positivo in Italia una catena di trapianto di rene da vivente tra coppie donatore-ricevente incompatibili (programma cosiddetto ‘cross over’), innescata da un donatore deceduto. Un paziente iperimmunizzato in lista d’attesa ha ricevuto un organo da donatore deceduto e la donatrice vivente per lui incompatibile sarà sottoposta nella giornata di domani al prelievo del rene.
A comunicarlo è il Centro nazionale trapianti (Cnt). Il programma, allargando il pool di potenziali donatori, faciliterà il trapianto di quei pazienti di difficile trapiantabilità (per esempio pazienti immunizzati) che non possono ricevere l’organo dal donatore vivente per loro disponibile a causa della presenza di anticorpi specifici nei confronti dello stesso donatore (incompatibilità).

TRAPIANTI DI RENE, LA PRIMA CATENA CROSS-OVER DA DONATORE CADAVERE È ITALIANA

Il progetto, preannunciato la scorsa settimana a Roma durante gli Stati generali della Rete Trapiantologica italiana, è stato realizzato ieri dall’équipe del Centro trapianti di rene dell’azienda ospedaliera universitaria di Padova, diretta da Paolo Rigotti, in collaborazione con il Laboratorio del Centro interregionale di immunogenetica Nit di Milano e il Laboratorio regionale di immunogenetica dell’ospedale di Camposampiero. Il Cnt, responsabile del programma nazionale di trapianto di rene da vivente in modalità incrociata tra coppie incompatibili, e il Coordinamento regionale trapianti del Veneto hanno seguito e supportato tutte le fasi di progettazione e realizzazione.

PRIMO TRAPIANTO DI RENE CROSS-OVER AL MONDO DA DONATORE MORTO EFFETTUATO IN ITALIA

Il programma di trapianto di rene da vivente in modalità cross over è da sempre utilizzato per consentire la trapiantabilità di pazienti che hanno un donatore vivente per loro incompatibile. In concreto, viene data la possibilità a una coppia donatore-ricevente, tra loro incompatibili, di ricevere e donare un rene incrociando le loro compatibilità immunologiche con quelle di altre coppie donatori-riceventi nella stessa condizione. La sequenza degli incroci viene detta ‘catena di trapianto cross over’ ed è un programma di donazione e trapianto di rene da donatore vivente.

“La novità del programma realizzato ieri – sottolinea Rigotti – sta nel fatto che per la prima volta questo programma è stato avviato utilizzando un donatore di rene deceduto. Considerando che il numero dei donatori deceduti allocati presso un centro trapianti è nettamente superiore alla disponibilità dei donatori da vivente, questo consentirà di aumentare il pool di potenziali donatori compatibili da utilizzare per l’avvio di un numero maggiore di catene che coinvolgano coppie incompatibili e pazienti difficilmente trapiantabili”.

TRAPIANTO DI RENE CROSS OVER, A PADOVA PER LA PRIMA VOLTA AL MONDO DA DONATORE DECEDUTO

La complessa fase di studio per realizzazione del programma, presentata da Lucrezia Furian dell’équipe del Centro trapianti di rene dell’Ao universitaria di Padova durante gli Stati generali della Rete trapianti, ha richiesto un’attenta valutazione retrospettiva dei dati relativi a donatori-riceventi incompatibili, una scrupolosa analisi degli aspetti legati all’efficacia, alle problematiche etiche e a quelle logistiche e lo sviluppo di algoritmi per l’ottimizzazione delle catene di cross over. Tale studio è stato condotto nell’ambito di un progetto di ricerca interdisciplinare finanziato dall’università degli Studi di Padova, che ha coinvolto, oltre al gruppo del Centro trapianti, ricercatori del Dipartimento di scienze economiche e aziendali e del Dipartimento di matematica dell’università patavina, sotto la direzione di Antonio Nicolò, responsabile scientifico del progetto di ricerca.

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affaritaliani.it

Salute del rene e fertilità femminile. Attenzione anche durante la gravidanza

Giovedì 8 marzo la Giornata Mondiale dedicata al rene e quest’anno collegata al benessere della donna

È dipeso tutto dalla concomitanza: tra la festa della donna e la giornata mondiale per la salute del rene. Si spiega così la scelta dei nefrologi di dedicare l’appuntamento annuale proprio alla salute in rosa. Focus su due aspetti: le malattie renali croniche e le ripercussioni legate a una precaria salute dei «filtri» del nostro corpo durante la gravidanza.

Per le donne c’è il rischio di calo della fertilità  

«La malattie renali croniche sono un fattore di rischio dimostrato in gravidanza e la loro presenza può ridurre la fertilità – afferma Giorgina Piccoli, nefrologa all’ospedale di Le Mans (Francia) e referente del gruppo rene e gravidanza della Società Italiana di Nefrologia, che in Italia organizza la giornata mondiale assieme alla Fondazione Italiana del Rene Onlus -. Le donne che soffrono di malattie renali croniche corrono un rischio più elevato di sviluppare problemi in gravidanza, con complicazioni sia per la madre che per il bambino. Il rischio aumenta con l’aumentare della gravità della malattia, che peraltro comporta una maggiore probabilità di sviluppare ipertensione e preeclampsia. Fino all’eventualità di dover partorire prima del termine».

Quali sono le malattie renali di cui soffre più di frequente una donna? La nefropatia lupica e la pielonefrite acuta. La prima è di origine autoimmune, in cui i meccanismi di difesa dell’organismo attaccano le sue stesse cellule e interessano vari organi: tra cui il rene. La seconda è la conseguenza di un’infezione renale, che nel corso della vita arriva a colpire una donna su due.

Oltre 100 eventi in Italia per la giornata mondiale  

Sono spesso trascurate, poiché non considerate in grado di mettere a repentaglio la vita. Ma le malattie renali rappresentano un rilevante problema di salute pubblica anche in Italia, dove a soffrirne sono almeno 3,5 milioni di persone: in maniera pressoché equa, tra uomini e donne. Nell’ultimo stadio delle malattie croniche, il ricorso alla dialisi o al trapianto diviene inevitabile.

Come spiega Tino Gesualdo, direttore dell’unità operativa complessa di nefrologia, dialisi e trapianto del policlinico di Bari e presidente della Società Italiana di Neurologia, «nel nostro Paese ci sono diverse centinaia di migliaia di persone che non sanno ancora di soffrire di una malattia renale cronica. Il problema è che il decorso di queste malattie è spesso silente quasi fino alle fasi finali, quando lo spazio di intervento è circoscritto alle terapie più invasive»: che sono quelle già citate. Anche per questo motivo, in occasione della giornata mondiale, è previsto un fitto calendario di eventi in tutta Italia . Porte aperte nelle nefrologie, test diagnostici per le malattie renali nelle principali piazze dei capoluoghi di regione, conferenze pubbliche tenute da specialisti nefrologi: tutto ciò per sensibilizzare la popolazione sul tema e far emergere la quota sommersa di pazienti già alle prese con problemi legati alla salute dei reni.

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Fabio Di Todaro
lastampa.it